Libri

Piccola bibliografia suggerita

“Per liberarsi dall’invisibile e insopportabile pesantezza della violenza, per combatterla, per difendere la dignità umana, per educare al rispetto, per cambiare le mentalità, per stringere nuove alleanze e tanto altro ancora.”

“Il Secondo Sesso” – Simone De Beauvoir (1949)
Il Saggiatore tascabili 2012, Collana Maestri del 900’



Nel 1949 esce “Il secondo sesso” che fece, allo stesso tempo, successo e scandalo.
Con veemenza da polemista di razza, de Beauvoir passa in rassegna i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna e i relativi attributi.
In questo saggio l’autrice si esprime in un linguaggio nuovo, parla di controllo delle nascite e di aborto, sfida i cultori del bel sesso con “le ovaie e la matrice”. Affronta temi il tema della sessualità, il lesbismo, la prostituzione, l’educazione religiosa e la maternità, indicando alle donne la via per l’indipendenza e l’emancipazione.
Provocando il pubblico conservatore, de Beauvoir cerca riconoscimento personale e solidarietà collettiva, e li avrà: l’opera, di respiro universale, è diventata una tra le fondamentali del Novecento.
Prefazione di Julia Kristeva. Postfazione di Liliana Rampello.

“Dalla parte delle bambine” – Elena Giannini Belotti (1973)
Feltrinelli editore, Milano


Questo testo, pur essendo stato scritto più di quaranta anni fa, è ancora molto attuale per le tematiche di cui si occupa. Si riflette su natura e cultura. Non solo donne e uomini, ma soprattutto persone.

La tradizionale differenza di caratteri tra maschio e femmina non è dovuta a fattori innati bensì ai condizionamenti culturali che l’individuo subisce nel corso del suo sviluppo.

I condizionamenti nella direzione del ruolo assegnato all’uno o all’altro sesso cominciano addirittura prima della nascita, quando si prepara il corredino: rosa o celeste, e proseguono con la scelta- da parte degli adulti – dei giochi che i bambini “possono” o “devono” fare, delle funzioni che “possono” o “devono” svolgere nella famiglia prima e poi nella società.

L’autrice riflette: “non esistono qualità maschili e qualità femminili, ma solo qualità umane.
L’operazione da compiere “non è quella di formare le bambine a immagine e somiglianza dei maschi, ma di restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene.”

Da questa operazione trarranno vantaggio uomini e donne, e la loro stessa vita in comune.

“Donne che Corrono con i Lupi” – Clarissa Pinkola Estés (1993) 
ED. Frassinelli


“Attingendo alle fiabe e ai miti delle più diverse tradizioni culturali, Clarissa Pinkola Estés fonda una psicanalisi del femminile attorno alla straordinaria intuizione della Donna Selvaggia, intesa come forza psichica potente, istintuale e creatrice, lupa ferina e al contempo materna, ma soffocata da paure, insicurezze e stereotipi.
Clarissa Pinkola Estés, psicanalista junghiana nonché maestra indiscussa nella ricerca della felicità per milioni di donne, ripropone in una versione ampliata, aggiornata e ricca di approfondimenti l’intramontabile capolavoro di arte, poesia, psicologia e spiritualità che, dagli anni Novanta, continua ad affascinare e influenzare intere generazioni.
E ha cambiato la vita di moltissime persone. Non meno originale è il metodo utilizzato dalla studiosa che, attraverso un lavoro di ricerca ventennale, ha attinto alle fiabe e ai miti presenti nelle più diverse tradizioni culturali, per aiutare il lettore a scoprire chi è veramente, a liberarsi dalle catene di un’esistenza non conforme ai bisogni più autentici e a «correre» con il proprio Sé.
Barbablù, La Piccola Fiammiferaia, Vassilissa, Il Brutto Anatroccolo… Fiabe udite durante l’infanzia e trasformate, in questo testo unico e ora ancora più chiaro e completo, in magiche suggestioni per crescere interiormente”.

“Il Femminile nella fiaba” – Marie-Louise von Franz (1983)
Universale Bollati Boringhieri, Torino



Ha scritto Jung che le fiabe consentono di studiare meglio l’anatomia comparata della psiche, in quanto sono l’espressione più pura dei processi psichici dell’inconscio collettivo.

Il libro si può leggere tutto d’un fiato, trascinati dalla semplicità delle fiabe e dal riscontro con le storie moderne che l’autrice racconta; ma può essere oggetto di una lettura meditata, che si soffermi sulla ricca esperienza umana contenuta nelle osservazioni psicologiche.

Dagli archetipi fiabeschi prende infatti le mosse una psicologia contemporanea del femminile (della donna in primo luogo, ma anche dell’elemento femminile nell’uomo), capace di dare risposte autentiche a molte domande che la nostra epoca si pone.

“Il male che si deve raccontare, per cancellare la violenza domestica”
Simonetta Agnello Hornby con Marina Calloni (2013)

Varia Feltrinelli, Milano


“Con un programma semplice ed efficace- che ha coinvolto le donne potenzialmente esposte a violenza e le aziende in cui lavorano-, la Global Foundation for the Elimination of Domestic Violence (Edv) creata da Patricia Scotland ha contribuito a contenere sensibilmente il fenomeno della violenza domestica in Inghilterra.

Questo piccolo libro ha lo specifico obiettivo di creare una Edv italiana per applicarne il metodo nel nostro paese.

Il male che si deve raccontare è insieme un atto di denuncia- il male che si deve strappare al silenzio- e uno strumento a disposizione delle associazione che, anche in Italia, lottano da tempo contro questa violenza, offrendo aiuto, mezzi e protezione alle vittime.

I proventi di questo libro contribuiscono alla creazione della sezione italiana di Edv e alle attività che , attraverso la Fondazione, hanno come obiettivo l’eliminazione della violenza domestica.”

 “Ave Mary. E la chiesa inventò la donna.” – Michela Murgia (2011)
Einaudi, Stile Libero BIG, Torino



Dell’autrice:
“ Dovevo fare i conti con Maria, anche se questo non è un libro sulla Madonna.
E’ un libro su di me, su mia madre, sulle mie amiche e le loro figlie, sulla mia panettiera, la mia maestra e la mia postina.
Su tutte le donne che conosco e riconosco.
Dentro ci sono le storie di cui siamo figlie e di cui sono figli anche i nostri uomini: quelli che ci vorrebbero belle e silenti, ma soprattutto gli altri.
Questo libro è anche per loro, e l’ho scritto con la consapevolezza che da questa storia falsa non esce nessuno se non ci decidiamo a uscirne insieme”.

“«L’ho uccisa perché l’amavo». Falso!” – Loredana Lipperini, Michela Murgia (2013)
GLF, Idòla, Laterza, Roma-Bari.



Ecco un interessante punto di vista rispetto alla violenza contro le donne.

“Delitto passionale. Raptus. Gelosia. Depressione. Scatto d’ira. Tragedia familiare. Perché lei lo ha lasciato, chattava su facebook, non lo amava più, non cucinava bene, lavorava o non lavorava.
Nascondendo la vittima le cronache finiscono con l’assolvere l’omicida: una vecchia storia, nata in tempi lontani e ancora viva fra noi, per questo bisogna imparare a parlare di femminicidio.
Tutti, non solo i media. Dobbiamo farlo noi. Dobbiamo trovare le parole.”

“RELAZIONI PERVERSE. La violenza psicologica nella coppia” – Sandra Filippini (2005)
Psicoanalisi contemporanea: sviluppi e prospettive. FrancoAngeli, Milano.



“Che cosa lega molte donne a relazioni di coppia in cui esse finiscono per assumere il ruolo di vittime?
E qual è il carattere specifico del maltrattamento nella coppia?
In questo volume le risposte vengono cercate all’interno di due diverse prospetti e: identificando le caratteristiche di personalità degli uomini che maltrattano le loro compagne e chiarendo i meccanismi peculiari della relazione perversa.

Attraverso la presentazione di alcuni casi esemplari l’autrice giunge a riconoscere e a descrivere la complessità e le apparenti contraddizioni del legame perverso, conducendo il lettore negli intricati sentieri in cui l’aggressività e l’odio possono assumere ingannevolmente le sembianze dell’amore.”

“Lettere dal silenzio, storie di accoglienza sanitaria di donne che hanno subito violenza” – Massimo Greco (a cura di 2011)
Laboratorio Sociologico. FrancoAngeli. Milano.


La violenza maschile contro le donne non è un fenomeno raro né esotico, ma è presente in tutti gli strati sociali e le culture.

Le sue conseguenze a breve e a lungo termine portano a considerarla quindi anche come un problema di salute pubblica: oltre alla prevenzione sui fattori di rischio, è in gioco la capacità di accorgersi precocemente del disagio, anche quando questo non è espresso.
La qualità e la valenza dell’accoglienza e dell’assistenza messe in atto dalle professioni sanitarie, mediche e sociali rappresentano fattori cruciali che possono fare la differenza: nei luoghi deputati alla cura, la donna che ha subito violenza può dare una svolta alla sua vita oppure ricevere una conferma dell’indifferenza e del silenzio sociale che ancora pesano su tali vissuti.
Il libro, proponendo un percorso di conoscenza della tematica secondo l’ottica della Medicina Narrativa e, in senso più generale, secondo l’approccio Narrative Based Care, vuole richiamare ad un prendersi cura messo in atto con una prospettiva attenta alle storie di vita, proprie e altrui. I racconti personali sono una testimonianza spesso ricca di informazioni utili dal punto di vista sanitario, ma sono anche in grado di sollecitare l’immaginazione e l’immedesimazione, necessarie per integrare la comprensione intellettuale e operativa con un coinvolgimento più personale, emotivo ed etico.

“Le scarpe della principessa. Donne e l’arte di diventare se stesse” – Consuelo C. Casula (A cura di, 2009)
FrancoAngeli – Le Comete.


C’era una volta una principessa che amava andare scalza: perciò il re, per evitare che si facesse male, aveva spianato le strade del regno.
Un giorno, la giovane si inoltra in una strada non spianata. All’inizio è sorpresa, poi incuriosita, infine dolente. Delusa e arrabbiata va dal re per rimproverarlo e per ordinargli di spianare quella strada che le ha procurato tanto dolore. A quel punto il re e la regina, con amore, le dicono che è arrivato per lei il momento di indossare le scarpe.
È convinzione delle autrici, ipnoterapeute di diversa nazionalità – America, Brasile, Canada, Italia, Messico e Svezia – che spetti alla donna aprirsi i varchi senza più pretendere che siano altri a farlo per lei.
L’intento delle psicoterapeute è di stimolare le donne di ogni età a diventare consapevoli delle proprie capacità e meriti, e a sentirsi libere di esplorare vie anche impervie per sviluppare le proprie potenzialità e realizzare se stesse.
Il libro affronta diversi aspetti dell’essere donna, a partire dalla trasformazione dei vizi in virtù fino alla conquista dell’ARMONIA, intesa come Auto-consapevolezza, Resilienza, Moralità, Opportunità, Nobiltà d’animo, Imprenditorialità e Assertività (Consuelo Casula). Evidenzia inoltre le implicazioni di genere (Julie Linden), la relazione tra mente e corpo (Marlene Hunter), le sfide e le opportunità delle diverse stagioni della vita (Marilia Baker), la relazione con la madre (Cecilia Fabre) e con il partner (Lilian Borges Zeig). Presenta infine gli ostacoli posti dalla società (Susanna Carolusson), l’impegno necessario per salvaguardare il potere delle pioniere (Betty Alice Erickson) e raggiungere la spiritualità (Teresa Robles).

“Il Genere come Risorsa Comunicativa. Maschile e femminile nei processi di crescita.” – Elena Besozzi (2003)
FrancoAngeli – Milano


Il tema dell’identità è di assoluta rilevanza e criticità nell’epoca contemporanea, alla luce dei processi, da un lato, di globalizzazione e omologazione, dall’altro, di frammentazione e individualizzazione che toccano in particolar modo il mondo degli adolescenti, caratterizzato dalla condizione di ricerca e di costruzione attiva del proprio Sé personale e sociale.
In questo volume, il percorso di costruzione di identità adolescenziale considera in primo piano l’appartenenza di genere, assumendo l’ipotesi che la differenza di genere sia una risorsa comunicativa importante soprattutto nell’ambito di un’esperienza di sé verso l’altro che fondi le basi per una positiva interazione tra i sessi nella futura vita adulta. Il genere come risorsa comunicativa nei processi di crescita viene quindi indagato nel corso di una ricerca su 1500 adolescenti maschi e femmine, per poter cogliere più a fondo come il fatto di essere maschi o femmine possa assumere peso e significato innanzitutto per sé e per la propria costituzione identitaria, ma anche, e in modo non meno importante, per gli altri all’interno di diversi ambienti, dalla scuola alla famiglia, dalla città all’esperienza con i media, dallo stare in gruppo alle relazioni amicali e all’uso del proprio tempo.
Il genere appare, dai risultati della indagine, una risorsa comunicativa strategica, ma al contempo una risorsa continuamente insidiata dalla sua negazione. I processi di de-differenziazione sono in sostanza ampiamente in atto, dentro la scuola, come nelle pratiche e negli stili di vita giovanili, accanto ad altrettante ed evidenti pressioni verso un’affermazione invece esplicita e radicale della propria mascolinità o femminilità. Gli adolescenti, maschi e femmine, colti nel loro lavoro di elaborazione e costruzione del proprio progetto di vita rivelano in tutta evidenza che esistono tante adolescenze, all’interno delle quali tuttavia, la definizione di sé come uomo o come donna non è per niente qualcosa di residuale o di marginale.

“Mille splendidi soli” – Khaled Hosseini (2007)
Piemme ed.


A quindici anni, Mariam non è mai stata a Herat. Dalla sua kolba di legno in cima alla collina, osserva i minareti in lontananza e attende con ansia l’arrivo del giovedì, il giorno in cui il padre le fa visita e le parla di poeti e giardini meravigliosi, di razzi che atterrano sulla luna e dei film che proietta nel suo cinema. Mariam vorrebbe avere le ali per raggiungere la casa di Herat, dove il padre non la porterà mai perché lei è una harami, una bastarda, e sarebbe un’umiliazione per le sue tre mogli e i dieci figli legittimi ospitarla sotto lo stesso tetto. Vorrebbe anche andare a scuola, ma sarebbe inutile, le dice sua madre, come lucidare una sputacchiera. L’unica cosa che deve imparare è la sopportazione.
Laila è nata a Kabul la notte della rivoluzione, nell’aprile del 1978. Aveva solo due anni quando i suoi fratelli si sono arruolati nella jihad. Per questo, il giorno del funerale, le è difficile piangere. Per Laila, il vero fratello è Tariq, il bambino dei vicini, che ha perso una gamba su una mina antiuomo ma sa difenderla dai dispetti dei coetanei; il compagno di giochi che le insegna le parolacce in pashto e ogni sera le dà la buonanotte con segnali luminosi dalla finestra.
Mariam e Laila non potrebbero essere più diverse, ma la guerra le farà incontrare in modo imprevedibile. Dall’intreccio di due destini, una storia indimenticabile che ripercorre la Storia di un paese in cerca di pace, dove l’amicizia e l’amore sembrano ancora l’unica salvezza.

“Ferite a morte” – Serena Dandini, Maura Misiti (2013).
Rizzoli Controtempo


Ferite a morte nasce dal desiderio di raccontare le vittime di femminicidio. Ho letto decine di storie vere e ho immaginato un paradiso popolato da queste donne e dalla loro energia vitale. Sono mogli, ex mogli, sorelle, figlie, fidanzate, ex fidanzate che non sono state ai patti, che sono uscite dal solco delle regole assegnate dalla società, e che hanno pagato con la vita questa disubbidienza. Così mi sono chiesta: ‘E se le vittime potessero parlare?’ Volevo che fossero libere, almeno da morte, di raccontare la loro versione, nel tentativo di ridare luce e colore ai loro opachi fantasmi. Desideravo farle rinascere con la libertà della scrittura e trasformarle da corpi da vivisezionare in donne vere, con sentimenti e risentimenti, ma anche, se è possibile, con l’ironia, l’ingenuità e la forza sbiadite nei necrologi ufficiali. Donne ancora piene di vita, insomma. ‘Ferite a morte’ vuole dare voce a chi da viva ha parlato poco o è stata poco ascoltata, con la speranza di infondere coraggio a chi può ancora fare in tempo a salvarsi. Ma non mi sono fermata al racconto e, con l’aiuto di Maura Misiti che ha approfondito l’argomento come ricercatrice al CNR, ho provato anche a ricostruire le radici di questa violenza. Come illustrano le schede nella seconda parte del libro, i dati sono inequivocabili: l’Italia è presente e in buona posizione nella triste classifica dei femminicidi con una paurosa cadenza matematica, il massacro conta una vittima ogni due, tre giorni.” (Serena Dandini)
Sdoganata sin dai tempi del primo femminismo Novecentesco – ma con molti momenti di consapevolezza antecedenti – la condanna nei confronti dell’omicidio di donne inermi da parte degli uomini che le conoscono e dicono di amarle, è ormai una presa di posizione certa da parte di donne e uomini.
Il fenomeno, definito “femminicidio” – con un termine francamente sgradevole perché sembra quasi riferirsi a un omicidio di genere e dunque meno grave in una scala di valori che metterebbe il “maschicidio” al primo posto -, tuttavia è ben lungi dal dirsi in calo. Esula dal livello culturale e sociale di vittime e assassini (anche se prevalgono violenze e omicidi negli ambienti più disagiati e borderline), e sembra non avere una fine.
Serena Dandini, consapevole di questa realtà, si è rivolta a Maura Misti, ricercatrice del CNR, per tentare di comprendere le radici di questa violenza, perché la conoscenza è il primo passo verso la soluzione di qualsiasi problema.
Ma prima di tutto l’autrice ha voluto dare voce alle vittime. “E se le vittime potessero parlare?”. Ecco da dove nascono i monologhi che insieme creano il grido unico e forte che scaturisce dal volume. “Sono mogli, ex mogli, sorelle, figlie, fidanzate, ex fidanzate che non sono state ai patti”.
In televisione ci hanno raccontato le loro storie trasmissioni come “Chi l’ha visto”, “Un giorno in pretura”, “Storie maledette” o “Amore criminale”. Spesso le loro morti vengono iscritte tra quelle imprevedibili, frutto di raptus di follia, e invece tutti sanno che sono l’esito di anni di violenza continua, seguita magari da momenti di riappacificazione illusori.
È la voce di queste vittime quella che ascoltiamo nel libro. A queste donne Serena Dandini ha dato la possibilità di raccontare in prima persona la storia che le vede drammaticamente protagoniste. Ma non hanno un nome, non sono riconoscibili, sono trasfigurate narrativamente, sono simboli. Anche se “Ogni riferimento a fatti e persone – scrive la Dandini – non è puramente casuale”.
La seconda parte del volume è invece una sintesi della situazione globale e dell’incidenza di questo reato nei vari paesi. Dal Pakistan al Messico, dal Giappone alla Cisgiordania. E non si parla solo di morte di donne adulte seppure purtroppo incapaci di difendersi, ma anche di sfruttamento sessuale in giovane età, mutilazioni genitali, infanticidio femminile.
In chiusura qualche – piccola – buona notizia, con un elenco di nazioni che stanno attuando buone leggi e pratiche contro la discriminazione e la violenza che ci auguriamo verranno prese come esempio anche nel nostro Paese.

A cura di Wuz.it

“L’amore molesto” Ferrante Elena (2006).
E/O


copIl tempestoso rapporto tra una donna e sua madre, in una Napoli dura e spietata, si trasforma in un thriller domestico. Da questo romanzo è stato tratto il film con Mario Morone, Anna Bonaiuto e Angela Luce. “Una storia sofisticata e complessa, crudele e intelligente”. (Dacia Maraini).

“Barbablù”- Nothomb Amélie (2013).
Voland


copSaturnine, giovane ragazza belga, cerca un alloggio a Parigi. Trova, per una cifra davvero modesta, un suntuoso appartamento da condividere con l’eccentrico proprietario, il Grande di Spagna don Elemirio Nibaly Milcar. Ma l’irriverente Saturnine non sa che otto donne prima di lei hanno abitato quella magnifica casa, che hanno indossato abiti dai colori meravigliosi creati dalle mani di don Elemirio, e che di loro nessuno ha più notizie. Un romanzo che rivendica il diritto ad avere dei segreti e che indaga i meccanismi dell’amore, il cannibalismo sentimentale e la doppiezza della natura umana

“Questo non è amore” – AA,VV. (2013).
Marsilio


copAttraverso il racconto di ogni protagonista, i fatti, le emozioni, le botte, si svelano le cause scatenanti e le dinamiche di coppia. Episodi ripetuti di maltrattamenti alternati a “pentimenti” del partner. E la tragedia sempre in agguato. Tutto questo avviene nella “normalità” e nella convinzione che la violenza riguardi altri. Ma a un certo momento accade “qualcosa” per cui le donne capiscono che così non può continuare. Che cosa? Ogni storia ha una sua “chiave” che la tiene inchiodata alla violenza e una che la porta a non voler più subire. Qualche volta quel maledetto meccanismo si rompe prima che sia troppo tardi. Le protagoniste, raccontandosi, affrontano quella violenza subdola che colpisce le donne nel momento in cui dicono “no”, sottraendosi ai ruoli imposti da qualcosa che è nato come amore. Ma che non lo è più. Violenza fisica e anche psicologica che attraversa le classi sociali e spesso coinvolge i figli.

Link ad articolo su “Fatto Quotidiano”, clicca qui

“La campana di vetro” – S. Plath (1963).
Mondadori


copLa protagonista, Esther Greenwood, ottiene una borsa di studio a New York per lavorare in un’importante rivista, nei giorni dell’esecuzione di Ethel e Julius Rosenberg (la vera borsa di studio di Sylvia Plath fu per la rivista Mademoiselle). Esther diventa amica di Doreen, e, nonostante la consideri una “sporca comune scoria” («a dirty common slag», dove “slag” in inglese indica sia il materiale di scarto che rimane dopo che il metallo è stato rimosso dalla roccia, sia, offensivamente, una donna con molti partner), si sforza di assomigliarle in ogni modo, cercando di perdere la propria verginità ad ogni opportunità, il che diventa un’insalubre ossessione. Trova anche una figura di mecenate in Philomena Guinea, il cui personaggio è basato sul mecenate di Sylvia, Olive Higgins Prouty, autrice di Stella Dallas e Now, Voyager.

Esther ha un fidanzato, Buddy Willard, cui è diagnosticata una tubercolosi ed è mandato in un sanatorio. Esther si dimena per affrontare con successo la sua vita a New York e torna a vivere con sua madre, che lei crede essere in parte responsabile per la morte di suo padre, che era diabetico. Esther diventa sempre più depressa, e non riesce più a dormire; consulta uno psichiatra che subito le raccomanda un’elettroshockterapia. Dopo di questo, Esther fa diversi tentativi di suicidio, l’ultimo e più serio dei quali alla fine del tredicesimo capitolo. Ricalcando il vero tentativo di suicidio di Sylvia Plath, Esther lascia un appunto dicendo che farà una lunga passeggiata, scivola in cantina e ingoia quasi cinquanta pillole soporifere. Sopravvive; è poi mandata in un istituto psichiatrico, facendo, nel frattempo, altre amicizie, ed è risottoposta a un’intensa terapia elettroconvulsivante. Esther perde la sua verginità con Irwin, un professore di matematica, nel capitolo diciannove, verso la fine del libro, patisce un’inverosimileemorragia ed è ricoverata in un ospedale.

“L’anulare” – Y. Ogawa (2006).
Adelphi


ogawaLa protagonista, in apparenza una ragazza ordinaria, lascia la fabbrica di gazzose dove lavorava come operaia per un incidente banale: un pezzetto di anulare le viene trinciato, durante il lavoro, e va a finire in una bottiglietta di vetro.

La goccia di sangue si mescola al colore giallo elettrico della bevanda effervescente, e già solo questa potrebbe essere un’ottima metafora per il racconto, che si sofferma, ipnotico, sulla vita quieta e solitaria della ragazza, che riesce a farsi assumere senza difficoltà in un’impresa che conserva ‘reperti’. Reperti che altro non sono che oggetti che le persone non vogliono più, e da cui però non riescono in effetti a separarsi: invece di distruggerli, li affidano alla società dove lavora la protagonista.

Reperti che diventano metafora, per la protagonista, di una vita solitaria che non si vuole più e da cui non si riesce a liberarsi con una morte consapevole. Vita malsopportata che trova scampo forse solo nel farsi possedere, mente e corpo, senza emozioni, da qualcuno che è poco più di un estraneo. Come appunto accade alla protagonista, che diventa amante del suo datore di lavoro feticista, il quale la intrappolerà nel suo mondo asettico e senza scampo. Solo i giapponesi sanno forse raccontare violenze del genere senza esclamazioni, e mescolare così bene eros e thanatos lasciandoci solo alla fine, sulla pelle, una inquietudine sottile.

 

“Accabadora” – M. Murgia (2009).

Einaudi


copNei primi anni cinquanta del XX secolo a Soreni, un piccolo paesino della Sardegna, dove tutti sanno tutto di tutti facendo finta di non sapere, la piccola Maria Listru, ultima e indesiderata di quattro sorelle orfane, viene adottata da Bonaria Urrai, anche lei vedova benestante, ma senza mai essere stata sposata. Maria diventa così una “Fillus de anima … i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità dell’altra”. Maria e Tzia Bonaria, sarta del paesino, vivono come madre e figlia consapevoli entrambe di non esserlo. Si scoprirà alla fine del romanzo che Bonaria aveva deciso di adottare Maria, quando un giorno l’aveva vista rubacchiare delle ciliegie, senza che sul volto della piccola trapelasse “né vergogna né consapevolezza… e le colpe come le persone iniziano ad esistere se qualcuno se ne accorge”. A Maria, infatti, “Non le era ancora passato quel vizio, quello di rubare piccole cose di cui non aveva bisogno, ma che desiderava”. Sebbene sia possibile supporre che l’adozione da parte della anziana sarta non sia del tutto disinteressata, come quarta e tardiva figlia, Maria è abituata a pensarsi da sempre come «l’ultima» in tutti i sensi e per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della nuova madre, che le ha offerto dimora, istruzione e futuro.C’è però qualcosa di misterioso nella vecchia vestita di nero, nei suoi silenzi, nello sguardo timoroso di chi la incontra, nella sapienza millenaria riguardo alle cose della vita e della morte e nelle improvvise uscite notturne che Maria non riesce a comprendere. Quello che tutti sanno e Maria non ancora, è che Bonaria Urrai conosce i sortilegi e le fatture di una cultura rimasta arcaica nel profondo, e che quando è chiamata, solo se veramente voluto dall’interessato senza speranza, è pronta a portargli una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell’accabadora, l’ultima madre.Quando Maria, in seguito alla confidenza dell’amico Andrìa, – che una notte aveva sorpreso l’accabadora nell’atto di compiere la sua caritatevole opera sul fratello che, amputato di una gamba, l’aveva supplicata di aiutarlo a concludere quella che non riteneva più essere una vita – scopre l’altra faccia di Tzia Bonaria. Sconcertata, decide, dopo un duro confronto, di lasciare il paese per la grande e lontana Torino, perché lei non sarebbe mai “…capace di uccidervi solo perché è quello che volete”. “Non dire mai: di quest’acqua io non ne bevo” l’ammonisce l’accabadora. Dopo quasi due anni di lontananza dalla Sardegna, Maria riceve una lettera della sorella che le comunica le gravi condizioni di salute di Tzia Bonaria. Anche a causa di una imprudenza che le costa il posto di lavoro, decide di tornare al paese e di accudire la donna che solo giuridicamente non le era madre. Nonostante le diagnosi che la davano per morta da un momento all’altro, la vecchia Urrai continua a sopravvivere tra dolori lancinanti sempre più insopportabili.Maria dovrà riconsiderare le frettolose convinzioni sull’eutanasia espresse anni prima. Ma al momento decisivo la tempra della seconda madre cede, graziandola del gesto estremo.

“Lettera ad un bambino mai nato” O. Fallaci (2009).
BUR Rizzoli


copIl libro è un monologo drammatico effettuato da una donna che vive la maternità non come un dovere ma come un atto responsabile. È una donna contemporanea e misteriosa, in quanto priva di nome, volto e notizie sulla sua età. Le domande fondamentali che la donna si pone sin dal concepimento riguardano la legittimità e l’accettazione della nascita da parte del bambino in un mondo ostile, violento e disonesto. Al bambino verrà concesso il diritto di scegliere se nascere o no e attraverso un processo istituito con la presenza di sette giurati eccellenti, tra i quali i genitori, il medico, la dottoressa, il datore di lavoro, si arriva alla sentenza che prevede la condanna della donna.

“La passione di Artemisia” S. Vreeland (2009).
Neri Pozza


cop“La passione di Artemisia” narra dell’incessante lotta della prima grande pittrice celebrata e riconosciuta nella storia dell’arte: Artemisia Gentileschi, la donna che, in un mondo ostile alle donne, riuscì a imporre la sua arte e a difendere strenuamente la sua visione dell’amore e dell’esistenza. Violentata dal suo maestro, Artemisia subì, nel corso della sua vita, non soltanto l’onta di un processo pubblico nella Roma papalina, e l’umiliazione di un matrimonio riparatore con Pietro Stiattesi, artista mediocre, ma anche un duro, terribile confronto con il suo avversario più temibile: il grande pittore Orazio Gentileschi, suo padre.

“Penelope alla guerra” (1962).
Oriana Fallaci, Rizzoli


imgres“La storia racconta di Giò, una ragazza decisa a lasciare la sua Italia per raggiungere il luogo tanto desiderato: gli U.s.a. Nemmeno Francesco, il quale ha un debole per la ragazza, riesce a convincerla di restare. Così Giò si ritrova negli Stati uniti d’America, impegnata nel suo lavoro di creatrice di soggetti cinematografici. Ospitata da Martine, una sua vecchia amica, Giò sembra felice, spensierata in questa nuova vita. Salvo poi spuntare a galla in lei un pezzo del suo passato: Richard, un ragazzo ospitato in casa sua per qualche giorno ai tempi della guerra, rimasto indelebilmente impresso nella sua mente. Giò da quel momento è un’altra ragazza; in lei sorgono sentimenti quali passione, angoscia, paura, amore. Passa si delle belle serate con Richard, ma passano insieme anche dei momenti non troppo carini, trafitti dai lunghi (e per lei inspiegabili) silenzi di lui. Giò non ha altra preoccupazione che non sia Richard, ha gettato il nuovo lavoro (o almeno le basi, l’inizio al quale stava lavorando) non si sa in quale angolo buio del suo inconscio. E non c’è nessuna persona con la quale riesca a sfogarsi della sua situazione: da una parte Martine, completamente diversa da lei, un tipo di donna che non riesce a far filtrare in se nemmeno una goccia d’amore; dall’altra Bill, l’amico di Richard, che sembra godere immensamente nello stuzzicare Giò, specie nei momenti più disperati. Sarà proprio durante un’accesa lite con Bill, che Giò capira il perché quei “lunghi silenzi” e quella freddezza che in certi momenti trasparivano in Richard… e ne rimarrà scioccata.”

“ Libere sempre” Marisa Ombra,
Einaudi 2012


ombra-140_reference“Una donna di 86 anni, ex staffetta partigiana, scrive una lunga lettera a una ragazza incontrata per caso su un autobus. È una lettera appassionata e delicata sull’adolescenza, la scoperta del corpo, del sesso e della libertà. La vita partigiana si contrappone ai recenti scandali sessuali, alla constatazione che oggi, per molte, libertà significa libertà di mettere all’incasso la propria bellezza. Com’è potuto accadere, si chiede Marisa Ombra, che lo slogan femminista “il corpo è mio e lo gestisco io” si sia ribaltato in una nuova schiavitù? Senza moralismo, ma con rigore e amore, l’autrice racconta la liberazione delle donne e rievoca senza reticenze la propria anoressia, gli amori tra ragazzi e ragazze in montagna, e il senso di pericolo e futuro da cui tutti si sentivano uniti. Una lezione di vita e d’orgoglio, detta ad alta voce, senza punti esclamativi”.

“Il corpo delle donne” Lorella Zanardo,
Feltrinelli 2009


2929870“L’autrice Lorella Zanardo in questo libro “Il corpo delle donne” racconta la storia del documentario, l’interesse e le reazioni che ha suscitato e soprattutto la Zanardo ha messo in evidenza l’esigenza di uscire dallo steriotipo per dare una definizione nuova della donna italiana. Che non sia vista come un oggetto di piacere, priva di cervello e di interessi ma donna che lavora più di quelle di tutta Europa, che è forte e con obiettivi molto alti.”

“Un clandestino a bordo” Dacia Maraini,
Rizzoli 2002


9788817871280g“Dacia Maraini, scrivendo una lettera all’amico Enzo Siciliano, rievoca la dolorosa esperienza della perdita – poco prima della nascita – di un figlio fortemente desiderato, e s’interroga sulla maternità, sui motivi che nella nostra società inducono alcune donne ad abortire mentre presso popolazioni con religione e usanze molto lontane dalle nostre la nascita di un figlio resta un evento irrinunciabile. L’autrice indaga inoltre sui significati mitologici, erotici, mercantili del corpo femminile e analizza il linguaggio della seduzione, la violenza, lo stupro, la prostituzione, il piacere, il senso di colpa, la verginità, il matrimonio”.

“Sii bella e stai zitta” Maria Michela Marzano,
Mondandori 2010


cop“Questo libro è un atto di resistenza. Di fronte alle offese e alle umiliazioni che subiscono oggi le donne in Italia, in quanto filosofa, ho sentito il dovere di abbandonare la torre d’avorio in cui si trincerano spesso gli intellettuali per spiegare le dinamiche di oppressione che imprigionano la donna italiana. Lo scopo è semplice: si tratta di dare a tutte coloro che lo desiderano gli strumenti critici necessari per rifiutare la sudditanza al potere maschile. Perché le donne continuano a cedere alla tentazione dei sensi di colpa e, per paura di essere considerate ‘madri indegne’, abbandonano ogni aspirazione professionale? Perché tante donne vengono giudicate ‘fallite’ o ‘incomplete’ quando non hanno figli? Perché molte adolescenti pensano che l’unico modo per avere successo nella vita sia ‘essere belle e tacere’? Perché il corpo della donna continua a essere mercificato? Perché stiamo assistendo al ritorno di un’ideologia retrograda che vorrebbe spostare l’orologio indietro e rimettere in discussione le conquiste femminili degli anni Sessanta e Settanta? La filosofia è un’arma efficace e potente, l’unico strumento capace di aiutare le donne a riappropriarsi della propria vita e non permettere più a nessuno di umiliarle o zittirle.”

“Donne che amano troppo” Robin Norwood,
Feltrinelli 1993


donne che amano troppo“Donne che amano Troppo” è un libro scritto, negli anni ’70, dalla Psicologa americana R. Norwood che ha fatto da apripista alla discussione sulle dipendenze affettive.

“Il sesso inutile” Oriana Fallaci,
Rizzoli 2009


copL’inchiesta porta Oriana Fallaci dal medio e nell’Estremo Oriente, per passare dagli Stati Uniti d’America e tornare in Italia. Accompagnata dal fotografo Duilio Pallottelli, Oriana Fallaci descrive usi e costumi di società e culture molto diverse da quella occidentale.Per Oriana Fallaci non è il primo approfondimento sul tema dell’infelicità della donna. Il 23 settembre 1956, agli esordi della sua attività giornalistica, infatti pubblicò un articolo su L’Europeo in cui trattò il caso di Soraya, ripudiata dallo Scià di Persia poiché non riusciva a dargli un erede”.

designed by teslathemes
Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com